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Prologo. Dosa la rumorosa

Ho aspettato quasi sette anni per riprendere in mano un progetto che non ho mai concretizzato per paura: un libro. Ed ora sono qui, a scrivere di nuovo. Ecco a voi il prologo.

Notte. Non volava una foglia nel villaggio di Dosa, se non il respiro di qualche cane che riposava davanti alle porte delle case. Di solito feroci con gli estranei e i banditi, erano ammansiti dalla tarda ora e dalle lunghe ore di veglia che stremavano i loro corpi inariditi dalla fame. La povera gente di Dosa cercava in tutti i modi di difendersi dalle oscure presenze che sembravano essersi fatte strada nei villaggi della pianura. Tordella, Duilia, Casseria erano solo alcuni di quelli che erano finiti saccheggiati e dati alle fiamme durante tutto l’inverno. Eppure, dopo tutto questo sangue versato, il Governo Centrale non era stato in grado di risolvere alcunchè, incolpando questa o quella pestilenza, ricordando che nelle fucine del Castello grandi chimici e medici lavoravano a spron battuto per il popolo, per trovare il rimedio per il loro male. Finchè i cittadini avessero inviato i loro risparmi al Governo Centrale, il lavoro di ricerca non si sarebbe arrestato e con questo anche il periodo di pace che durava ormai da molti anni. Ma il male si annidava ben lontano dalle membra degli uomini e ci sarebbe voluto ancora molto per scoprirlo.

Gli abitanti di Dosa riponevano molta fiducia negli anziani del Governo Centrale, ma non abbastanza da lasciare sprovviste le loro case di feroci mastini, i quali, col tempo e l’inattività, si erano parecchio rinsecchiti. Tra una pennichella e l’altra, lanciavano urla rabbiose verso il panettiere o il macellaio del villaggio vicino, venuti a scambiare le proprie merci, facendo un chiasso infernale. Da quando erano arrivati i mastini, non vi era un momento di quiete, se non durante la notte, quando finalmente le bestie rumorose cedevano il passo al sonno. In questo stato, non sarebbero state svegliate neanche da un terremoto che avesse spaccato la terra fino a vederne il suo nucleo bollente.

Dalla quiete nacque un’ombra che iniziò a muoversi verso le strade del villaggio, senza destare alcuna reazione nei suoi guardiani. Non era sottile o incorporea come ci si aspetterebbe da un’ombra, ma di aspetto liquido, quasi gelatinoso. Dal corpo centrale, cilindrico, spuntavano delle protuberanze, simili a tentacoli, che avanzavano e si ritraevano di continuo, come una massa d’olio nero bollente in continua mutazione. 
Mentre l’ombra si addentrava nel villaggio fra le basse case di pietra, le propaggini esploravano l’oscurità in tutte quante le direzioni. Non annusavano né percepivano i colori. Erano però sensibili alla consistenza dell’aria e ne saggiavano la quantità di aura. Nel villaggio di Dosa quasi nessuno ne emanava, in fondo era un pugno di case nella Pianura Centrale di Relia. No, le persone dotate di aura venivano spedite fin da piccole alle scuole della capitale, affinchè venissero istruite dai migliori pedagoghi del regno e diventassero membri attivi delle Gilde, come la Gilda dei Medici, la quale si prodigava da tempo a cercare la “Cura”. A Dosa gli unici ad avere aura erano i Fratelli della Luna, la cui casa era il tempio antistante la piazza principale del villaggio. E davanti ad esso si era fermata l’ombra, arrivata al capolinea del suo viaggio.

Arianna aprì gli occhi. Si era svegliata appena l’intruso aveva infranto la prima delle barriere che il mattino stesso aveva eretto a protezione del villaggio. Spesso dei demoni di rango inferiore cercavano di entrare nel villaggio per rubare una gallina o prendersi la vita del figlio di qualche pastore, ma arrivavano al massimo alla seconda o alla terza barriera, che si trovavano fra il centro abitato ed i campi. Invece, l’ombra era penetrata ben oltre la sesta barriera, vicino alla piazza centrale. Il sesto senso di Arianna si era attivato subito, tracciando la traiettoria dell’intruso. Non sembrava interessato a nessuno degli abitanti delle periferie né al loro bestiame. Con crescente ansia si rese conto dell’unico motivo possibile: l’obiettivo era lei.

Solo in quel momento aveva collegato tutti gli indizi. I villaggi devastati nelle settimane precedenti confinavano con la zona di Dosa, a Sud del fiume Beloa. In quel territorio si coltivavano segale ed orzo e si pascolavano gli stessi animali un po’ ovunque. Inoltre, era troppo bizzarro che i villaggi distrutti si disponessero a raggiera intorno a Dosa. Per tutti questi motivi, aveva escluso fin da subito che fossero stati attaccati da dei briganti, i quali agivano senza uno schema definito, razziando villaggi anche molto distanti fra loro. Escludeva anche i piccoli demoni delle foreste: essi si cibavano soprattutto di carne fresca, mentre in quel caso era stato bruciato tutto, fino alle fondamenta, come a causa di un’esplosione dalle proporzioni gigantesche. Della gente che vi abitava, non era rimasto che polvere. Ed i demoni non amano molto mangiare la polvere.

Solo un elemento li distingueva da Dosa: non ci abitava nessuno dotato di aura. L’essere che si stava dirigendo verso il tempio doveva essere a caccia di persone speciali, per una ragione che però rimaneva sconosciuta. Adesso riusciva a vedere con chiarezza ciò che era successo, era entrata negli occhi dell’estraneo che la minacciava. Aveva fallito le precedenti caccie ed era stato accecato dall’ira. Aveva usato una quantità immensa di potere magico solo per saziare la sua collera, cancellando intere comunità con uno schiocco di dita. Era un essere privo di scrupoli e di ogni tipo di umanità, solo un mostro del genere sarebbe stato in grado di distruggere tutti quei villaggi senza allentare la sua marcia.

Il tempo di Arianna era quasi agli sgoccioli. Non aveva ascoltato le stelle ed ora se ne pentiva. Negli astri era scritto il suo destino e quello di tutti gli altri, riusciva a leggerlo fin da bambina. Lo spiegava spesso anche a suo fratello, fintanto che le loro strade non si divisero. Spesso le letture degli astri avevano salvato Dosa dalle carestie, dagli inverni particolarmente rigidi e dai demoni. Ma riguardo al pericolo imminente, Arianna aveva taciuto con gli Anziani del villaggio, per non impensierirli. Era scritto molto chiaramente: la minaccia non era rivolta che verso sé stessa. Sapeva già come sarebbe finita quella notte.

Tremante, si alzò seduta sul letto di paglia nel naos del tempio. Chiuse gli occhi per concentrarsi, ma il respiro le si fece pesante, facendola scivolare nell’ansia. Il sangue fluiva caldo alle tempie e le mani le sudavano copiosamente. La nausea d’improvviso la colse e le mozzò il respiro, costringendola a stringere le lenzuola con forza, sbiancando le nocche.

“Sii vuoto, Arianna, sii vuoto” si ripeteva nella mente per calmare quello stato incontrollabile.
Uno schianto interruppe i suoi pensieri e la riportò in allerta. L’ultima barriera, nel giardino del tempio, era stata divelta. Per non piombare di nuovo nell’incoscienza, ripensò al fratello e alla promessa che gli aveva fatto di proteggere il villaggio anche a costo della vita. Lui ormai non c’era più, ma ciò non la scioglieva dal giuramento. La mente le si affollò delle facce degli abitanti che dormivano beati nelle loro case e le si inumidirono gli occhi pensando che non li avrebbe potuti più salutare.

Un altro schianto, questa volta seguito da un tonfo, ed Arianna si alzò, decisa. Non c’era più tempo per accomiatarsi dai suoi cari. Inspirò un paio di volte per tentare di diminuire il battito, ma poco dopo si arrese.

“Poco male, cercherò di usare questa tachicardia a mio favore” pensò ed in pochi passi fu nella navata centrale del tempio. Quello che vide, alla luce della luna che filtrava dalle spesse finestre del tempio, non la impressionò più di tanto: l’ombra scivolava sul terreno venendo verso di lei. Pulsava ancora come un orrido incrocio fra una bestia ed una macchina impazzita, con quei tentacoli che ritmicamente andavano e venivano dal suo core. Alle sue spalle, il portone del tempio era stato divelto come da una cannonata e giaceva ancora in fiamme sul pavimento di pietra.

“Naturale.” pensò Arianna “Il suo elemento è il fuoco e brucerà ogni cosa si pari fra lui e la sua preda”

- Come osi profanare questo tempio? – urlò Arianna all’ombra – Io, Arianna, Sorella della Luna di Dosa, ti fermerò, anche a costo della mia stessa vita! –

L’ombra si fermò di colpo e smise di mutare d’aspetto. Le propaggini vennero riassorbite dal corpo centrale che aveva preso una forma ovoidale. Arianna era tesa, ma sapeva che attendere un secondo di più l’avrebbe fatta soccombere. Ripensò per un’ultima volta al fratello, prima di intonare l’incantesimo che avrebbe liberato il mondo da quella minaccia. L’ombra non si fece attendere e con uno stridio fece emergere le sue protuberanze tutte verso Arianna, per ghermirla, ma invano. Un bagliore improvviso illuminò il tempio, accecando per un momento i due rivali. La luce, di un bianco purissimo, tagliò l’aria, dritta verso il suo bersaglio. Un gemito acutissimo, quasi infernale, si levò dall’ombra, i cui tentacoli erano stati strappati ed inceneriti. Nel cuore pulsante dell’essere, un uomo, col volto sfigurato, digrignava i denti aguzzi, nel tentativo di riprendere fiato. Le sue membra, ora esposte all’aria, erano state piagate in più punti dalla forza dell’incantesimo. In quello stato, non poteva più nuocere a nessuno. Con un ululato, tracciò nell’aria una porta e si dileguò nel nulla, lasciando il tempio.

Arianna aveva salvato il villaggio per un’ultima volta. Mentre si accasciava a terra, ormai senza più forze, riconobbe l’uomo che si era mascherato da ombra per cacciarla ed un groppo al cuore, durissimo, le si formò. E poi più nulla.


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