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Capitolo I – Alice

Si era distesa sul letto per cercare di riprendersi dal dolore alla testa che l’aveva sorpresa, pulsando, mentre studiava. Ed ora, coricata su un fianco, contava i pelucchi di polvere che volteggiavano nel sole del pomeriggio e che andavano a posarsi uno dopo l’altro sulla testata del letto. Con una mano, si massaggiava le tempie, come aveva visto fare in un programma del pomeriggio. Roba da vecchi ipocondriaci chiusi in casa per noia o per malattia, si ripeteva borbottando. Comunque, provare non costava nulla. Qualche minuto dopo, era addirittura peggiorato, e l’area dolorante si era estesa fino alla metà del cranio. Forse, non era tutta colpa del massaggio, ma della troppa pressione che stava esercitando.

Così conciata, almeno, poteva ingannare il tempo in un modo che non fosse continuare a studiare. Anche gli ultimi esami le sembravano solamente un miraggio.

“Alice, come stai?”

La testa di sua madre fece capolino dallo stipite della porta, con la solita espressione stanca di quando, appena tornata da lavoro, cercava invano di stabilire un contatto con gli altri esseri della casa, prima di chiudersi nella zona giorno a pulire, riordinare, cucinare e così via. Ma puntualmente, nessuno fra sua figlia, suo marito, le piante e neanche il gatto, sembrava apprezzare quel gesto.

L’indole da crocerossina di sua madre, un po’ pedante, di entrare nella vita degli altri anche per pochi secondi per assicurarsi che stessero tutti bene, era in realtà un suo punto di forza: tutti in famiglia sapevano di poter contare su di lei in ogni momento. Alice però era al limite e cominciava ad irritarsi per ogni attenzione non richiesta della madre. Era da settimane che le stava addosso, come un mastino bavoso e assillante. Nello specifico, era dal suo ritorno dallo scambio Erasmus, tre settimane prima, che sentiva la presenza di sua madre aleggiare, ovunque, per la casa. E la cosa la stava rendendo paranoica; immaginava i suoi bulbi oculari staccarsi dal corpo e aleggiare a mezz’aria solo per seguirla e monitorare il suo stato mentre mangiava, sotto la doccia, perfino mentre cercava di studiare in santa pace alla scrivania. Non che credesse a queste visioni magiche, ma ogni tanto, per scaramanzia, si girava comunque ad osservare gli angoli del suo campo visivo. e poi tornava alle sue faccende.

Neanche avesse chissà quale segreto da nascondere. Era tornata con un peso in meno sul cuore, quello è vero, ma era la stessa di sempre. Bassina, rossa, scapigliata. Ma allora, che aveva da preoccuparsi?

“Tutto ok mamma, faccio solo una pausa”

“Mh, ok allora. A dopo” mugugnò la madre, che tornò nel salotto, con la faccia sempre più stanca ed emaciata.

“Beh tanto vale alzarsi” pensò un momento dopo Alice, interrompendo l'inutile massaggio alle tempie. Prese coraggio ed un paio di scarpe leggere e si diresse verso la porta d’ingresso. Biascicò un saluto stentato a sua madre, che rispose con un leggerissimo cenno di assenso e un breve sorriso. Via libera.

Alice si meravigliò di se stessa: stavolta aveva ascoltato la sua coscienza, vincendo la pigrizia che la seduceva spesso in quei momenti. Meglio fare una pausa all’aperto per schiarirsi le idee che rotolarsi nella malinconia e nello sconforto. I ricordi portano sempre con sé una dose di tristezza, ma quel giorno Alice aveva deciso che non ne avrebbe assaporata neanche un po’.

Pochi minuti dopo era in piedi, davanti al duomo, una facciata bianca e austera che svettava sugli edifici storici della piazza centrale. Niente di eclatante, insomma, centri città medievali come questo se ne vedevano un po' ovunque in giro per l'Italia. Né ad Alice importava, era uscita per sgranchirsi le gambe, pensierosa.

Eppure, scorse qualcosa che le fece tornare altri ricordi. Su un lato della piazza, sotto una volta, si apriva un piccolo giardino, un tempo il cortile di quel palazzo, ora pieno di panchine per anziani e coppiette alle prime armi. Alice sorrise, pensando a quando lo era diventata anche lei, lì, solo un anno prima, insieme a Giorgio, un ragazzo conosciuto per caso all’università. Avevano parecchi amici in comune e si incrociavano nei corridoi del campus diverse volte a settimana, sorridendosi con timidezza. Alla fine avevano deciso, anzi, Alice aveva deciso, compiendo il primo passo, di dare un taglio alla catena infinita dei sorrisi muti e di iniziare a conoscersi. Sapeva di avere qualche interesse in comune e quasi per scherzo si ritrovarono sulle panchine di quel parco in centro, a chiacchierare, sempre più spesso, finché quell’iniziale scambio di pareri sui reciproci gusti musicali, i telefilm non era sfociato in una storia fissa. Una coppia, insomma.

Erano usciti insieme per un periodo ma poi era finita. Lei era partita e lui era rimasto. Avevano preso strade diverse. Punto. Non c’era altra spiegazione.

Tornò poco dopo a casa, con qualche pensiero in meno nella testa. Una Ford grigia era parcheggiata nel vialetto.

“Ah è vero, era oggi il trasloco” pensò Alice, ignorando che la sua vita, a poche ore di distanza, sarebbe cambiata per sempre.

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